
Anthony M. Dawson al secolo Antonio Margheriti decide di allontanarsi dalla fantascienza per girare il più soporifero clone di Indiana Jones della storia.
L’esperienza alla regia del pregevole Margheriti non riesce a salvare il film da una sceneggiatura più morta della città nel titolo.
Città che, per altro, non compare nella pellicola.

La vicenda ruota intorno al ladro professionista Rick (David Warbeck) ingaggiato da Dean, un lord inglese falso invalido, per recuperare lo scettro d’oro del re Gilgamesh dalle profondità della “città morta” una specie di tempio con trappole mortali in prossimità di una collina a forma di svastica.
Il nostro scassinatore sarà aiutato nell’impresa da Mohammed, un commerciante turco apparentemente antiproiettile e da “Piattola” l’unico uomo che pare essere sopravvissuto alla prima spedizione in Cappadocia.

Il nostro manipolo di “eroi” dovrà vedersela, lungo tutta l’avventura iniziata ad Istanbul, con Abdullah un fanatico emiro che vuole lo scettro per conquistare il mondo, o qualcosa del genere.
I deliranti combattimenti corpo-a-corpo, gli inseguimenti con i modellini, le ambientazioni posticce e un montaggio “a mannaia” rendono il film inconsistente e a tratti noioso.
L’unica battuta memorabile arriva dal rigido Warbek, che dopo essere stato istruito sull’operazione se ne esce con un magnifico: “Per questo lavoro andava bene Roger Moore”

Menzione d’onore per due personaggi secondari:
- Rupert il maggiordomo, l’unico in grado di sparare con un mitra tenendo l’ombrello adagiato al braccio.
- Il secondo in comando dell’emiro Abdullah, si trova a suo agio solo usando la radio-radar, non riesce in nessuna operazione di rapimento, muore schiacciato da una colonna di cartapesta sul finale.