
Il cinema ti emoziona, ti avvicina alla verità, alla tua verità, e alcune volte è anche capace di insegnarti qualcosa. Qualcosa su di te, sul mondo, sulla società, sul passato, sul tuo prossimo futuro. Quando tutto funziona in un film, l’uomo osserva lo schermo e nello schermo si specchia, in una catarsi senza pari fra le arti figurative.
Poi c’è Hercules con lo Schwarzenegger della Lidl che non fa niente di tutto questo, ma va bene pure così.

Pellicola diretta da Lewis Coates, pseudonimo dell’italianissimo Luigi Cozzi, vede un Lou Ferrigno all’apice della sua forma fisica, ma con qualche evidente imbarazzo nell’esprimere emozioni più complesse di costipazione, sgomento e fastidio.
Hercules è un curioso pastiche in cui si trova di tutto, dalla mitologia grecoromana, molto (MOLTO) rimaneggiata, a riferimenti nemmeno troppo velati a Guerre Stellari, Flash Gordon, Conan il Barbaro e classici del peplum come l’Ercole di Francisci.

Un film in cui i cazzotti fanno rumori da laser, l’Idra di Lerna è un carretto del carnevale di Viareggio che sputa fuoco e lo scontro finale è condito con spade luminose su un ponte sospeso in cui manca solo qualcuno che dice “No, sono tuo padre”.
Un film capace di far ridere, di far piangere e di far pidere, che è un po’ una parola composta che non esiste ma che sentirete reale nel momento in cui arriverete alla scena del carretto di Helios guidato nello spazio profondo lanciando una pietra legata sul frontale.

Consigliato, specialmente se legato a un drinking game chiamato “Bevi ogni volta che c’è un taglio assurdo di montaggio”.